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Respirazione

FISIOLOGIA - EFFICIENZA DELLA RESPIRAZIONE

Vi sono degli insetti che hanno una respirazione molto efficiente: immettono aria da una parte e la emettono dall’altra.
Nel corpo umano sia l’ingresso che l’uscita dell’aria avvengono attraverso una sola conduttura (la trachea, che si affaccia all’esterno con la bocca e il naso).
Questo sistema comporta una certa inefficienza, perchè si introduce e si espelle una certa quantità di aria che non è utile alla respirazione.
Visto che lo scambio di gas (ossigeno-anidride carbonica) avviene solo a livello degli alveoli polmonari, ecco che l’aria che va avanti e indietro nella trachea e nei bronchi senza arrivare ai polmoni costituisce una percentuale che costa fatica ai muscoli della respirazione, ma che non rende nulla. Questa percentuale di aria che va avanti e indietro senza partecipare allo scambio gassoso viene chiamata “caput mortuum”.

Immaginiamo che quella parte delle vie respiratorie che non è in grado di effettuare lo scambio gassoso (trachea, bronchi, ecc) abbia una capacità di 150 centimetri cubi.
- se uno fa un respiro profondo (es. di quattro litri) questo “caput”, ovvero questa aria mossa inutilmente costituisce una percentuale accettabile: nell’esempio, un 3-4%.
- se si fa invece un respiro leggero, ad esempio di mezzo litro, ecco che la parte del mezzo litro che vuole arrivare ai polmoni deve pur occupare prima questi 150 cm cubi, e quindi ai polmoni arriveranno solo due terzi dell'aria, essendo circa un terzo (150 su 500) stato utilizzato per riempire questi spazi. Ne consegue che l’aria pompata inutilmente è il 30%.

Il paragone è impressionante: facendo dei respiri profondi si usa il 97% dell’aria, con un respiro superficiale il 70%!

Ne consegue che anche a parità di aria (o di ossigeno) che entrano ed escono dalla bocca e naso, si ha una ventilazione dei polmoni superiore se gli atti respiratori sono profondi. Si ha una ventilazione peggiore se questi atti respiratori sono superficiali, anche se frequenti; anzi, vorrei dire proprio perchè sono frequenti, in quanto per ciascuno di essi si moltiplica quella consistente parte di aria che non viene impiegata in modo utile.

Se l'aria che va e viene dall'apparato respiratorio è molto poca, perchè l'atto respiratorio è superficiale, l'aria non arriva ai polmoni. Si può respirare due, dieci o cento volte al minuto: l'aria entra e esce ma è tutta fatica sprecata e la persona muore.

Se l'aria che viene inspirata ad ogni respirazione è uguale alla capacità delle vie aeree, la persona muore, perchè non arriva ai polmoni dove avviene lo scambio di ossigeno. Anche qui aumentare il numero di respirazioni al minuto non serve a niente.

Se le respirazioni sono abbastanza profonde da fare entrare e uscire una quantità di aria superiore alla capacità delle vie aeree, un po' di quell'aria ( e più precisamente quella che eccede la capacità delle vie aeree) entra in contatto con gli alveoli dei polmoni, e il suo ossigeno può essere ceduto ai polmoni.
Notate che (in questo caso) aumentare il numero di respirazioni al minuto aiuta a sopravvivere (perchè si rinnova quel po' di aria che arriva ai polmoni) ma la respirazione è molto inefficiente: si porta dentro e fuori una certa quantità di aria ma solo una piccola percentuale di essa è usata per ossigenare il sangue.

Se infine le respirazioni sono profonde, ecco che si ha il massimo di efficienza: ad ogni respirazione una notevole quantità di aria viene a contatto con i polmoni (che sono quasi del tutto pieni di aria nuova).
Ad ogni respirazione la percentuale di aria che resta nelle vie aeree (e quindi inutilizzata) è minore che nel caso precedente. Quindi l'effetto del "caput mortuum" è minimizzato.
Si ribadisce ancora una volta quindi che le respirazioni profonde (anche se portano via tempo alle respirazioni più frequenti) pure portano alla ossigenazione più efficiente del corpo.

In genere bastano 30-40 secondi di respirazioni intense e profonde perchè una persona normale si senta alterata, e se si va avanti inizia a girare la testa, ecc.
Si tratta di un eccesso di ossigenazione (che provoca la cosiddetta "alcalosi respiratoria", ovvero si tende a spostare verso l'alto il pH del sangue) .
Questo eccesso di ossigenazione non si verifica se si respira con grande frequenza ma in modo molto superficiale.
Si conclude ancora una volta che per aiutare l'ossigeno a passare nel sangue valgono delle respirazioni profonde.
Le respirazioni profonde aiutano dunque il recupero della fatica.

Articolo tratto da " Sereno Editore"

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